In cammino: turismo
sostenibile e itinerari spirituali
- Edizioni Efesto, Roma 2026, € 15
Mario Scelzo, inatteso homo
viator, ha appena editato per i tipi di Efesto un piccolo testo che ripete
la struttura del suo libro d'esordio: randonnée tra persone e luoghi che
potevano esemplificare la Chiesa in uscita tanto predicata e praticata da papa
Francesco. Si scopriva con diletto che il nobile ideale al contempo realistico
e utopistico era già vita vissuta ogni giorno da talune/i; ad intra et ad
extra il tema oggi per molte/i resta concetto nobilissimo ma negletto. Di
nuovo ci troviamo ad attraversare la penisola con un'agenda sinestetica che
coincide con il calendario umano e professionale del nostro autore: piede in
cammino, occhio che cerca, mano che intanto scrive. Viaggiare per il Bel Paese
può portare a ritrovarsi in luoghi epifanici, ove si manifesta appieno il senso
profondo di un'Italia interiore, spesso a coincidere con l'aspetto più
anteriore della sua forma micro-regionale, quindi 'identitaria'.
L'autore specifica, in una declaratoria iniziale,
la radicata avversione alla teoria sovranista invitando il lettore a non
individuarlo come "sovranista dello spirito" e rifuggendo e tabu di
termini abusati e traviati [patria nazione tradizione identità] a forza di giri
a vuoto del manège più vieto, trito, politico-mediatico, tra chiacchiere
e niente. Per contro, d'emblée, nella geografia ideale e spirituale del
giornalista redattore televisivo, il cammino mostra in filigrana tanto di ciò
che non sempre emerge nei racconti idealizzati o stilizzati. La motivazione,
dalle sue origini, è coartata ad una dinamica: porsi in relazione; mettersi in
discussione col tempo [nella storia] e lo spazio [nella geografia]; riuscire ad
auscultare, poi dialogare con la società civile. Tratti forse incoerenti con i
tracciati GPS ma sempre gravidi di felici conseguenze inattese. Nelle prime
pagine però il lettore ancora non lo sospetta; se si fa condurre fidente per
mano, in maniera incosciente ma felicemente esperita, si trova non tanto in un
percorso mistico-iniziatico da 'forzato del cammino' ma tra la sostanza di un
auspicio e la forma di un beneficio [fisico e spirituale insieme] che resta
unica ipostasi di ogni viaggio a piedi. Da lì forse nasce la sorpresa più
gradita: la percezione e rappresentazione di identità ideali e collettive, più
o meno medializzate, plurime cangianti come l'Italia mutaforme offre a chi la
percorra col giusto abbrivio: lento pede. Identità continuamente
rinegoziate, articolazioni spesso risolte in corto-circuiti, mai però a rischio
di travisamento; ovunque le parole e i concetti adergono all'impegno civile
personale o collettivo, all'incomprimibile necessità di significare, dunque di
esprimersi.
Spicca la gran forza dell'immaginario evocato nei
brevi racconti, perché sinceramente non si cade a piè pari nella trappola della
proposizione autoriale: si tratta di bozzetti narrativi strutturati lungo la
colonna vertebrale, collinare e viaria vicinale, della nostra penisola. Il momentum
replica esattamente l'afflato istintivo di un giornalista che pone a bruciapelo
con piglio deciso un set di domande all'intervistata/o selezionata/o a
priori: deve avere in sé il vigore testimoniale per il saldo concetto della
sua esemplarità e una conclamata esperienza narrativa. Ragionare per immagini
si pone alla base dell'opera, ad modum di un criterio veritativo: ogni
persona è ripresa in un primissimo piano ma se allarghiamo il campo di
inquadratura, viene ritratta mentre racconta una storia a sua volta
paradigmatica nel proprio contesto. Tutte e tutti pioniere e pionieri,
avanguardia di un'umanità rigenerata cammin facendo, dunque riconciliata: per
questo trasformativa oltre ogni dire, creativa oltre ogni sintesi artificiale,
in una strategia auto-epesegetica: programmata, consapevole, di pura
serendipità? Ne risulta ad ogni buon conto un’antologia di camminatori
consapevoli del bello, buono, giusto; una vera galleria di miniature, eroi
fioriti non a caso ai margini di percorsi quasi sempre insospettati.
Il cammino letterario è un espediente sagace già
frequentato, alibi ben adatto in punta di penna a un romanziere navigato. Si
conchiude appieno il triangolo della semiosi: necessariamente il testo
riferisce al proprio contesto sorgivo connaturale; il referente contestuale già
esplicita de plano la sua premessa logica. La struttura di cammini
plurali resta un progressivo avvicinamento alla sensibilità, all'attitudine
dell'autore in marcia con un bagaglio di esperienze personali culturali
mediatiche: Mario, iterativamente appellato in principio di risposta dai suoi
complici viandanti, si ritrova in più luoghi con il progetto d’una opera non
dissimile da vari format in voga [con un certo seguito in canali di
modalità mediale digitale, anche nella serialità, e talora meritoriamente
promozionali di territori e contesti]. La 'verità delle cose' resta sempre una
passione impegnativa; nel tempo delle parole logore e immagini abusate, il
metodo peripatetico dell’autore può intrigare assai. Le frasi in presa diretta,
orgogliosamente non stilizzate o editate à rebours, vogliono lasciare
l'impressione della freschezza di un primo incontro.
Chiaramente siamo all'interno di percorsi già
rodati fra il turistico promozionale, l'enogastronomico di nicchia, l'attivismo
di cittadinanza attiva, l'esperienza interiore in una salda cornice di
spiritualità che strizza l'occhio all'infinita densità, raffinata e cortese,
che tutta la nostra provincia italiana può offrire, allo sguardo del viandante
anche più stanco e distratto. Tutti siamo in perenne cammino esistenziale,
tutti vorremmo esserlo ancora più intensamente fra queste pagine e in questi
luoghi. La selezione dei percorsi è molto mirata, oculata: il focus
parte dalla redazione mentale che il nostro autore ha già scelto per i lettori,
potenzialmente un pubblico generalista, che non disdegnano né il cammino, né la
lettura, ma soprattutto sono pronti a confrontarsi con paesaggi interiori non
solo immaginari. La scrittura non assume toni letterari, non presume di
esprimere la trasparenza dei luoghi nelle parole, ma si maschera dietro un
narratore funzionale. Il cammino narrato è abbastanza statico per via delle
lunghe interviste: storytelling finzionale in cui non sono sconosciuti e
inusati i più callidi attrezzi del mestiere giornalistico. Non vi cerchiamo un
distillato di sociologia o l'antropologia del paesaggio; troviamo una persona,
uomo libero e privato cittadino, che se magari non vive propriamente di cammini
a piedi gonfi si muove con certa proprietà nei contesti urbani, periurbani,
rurali, montani nella grandissima potenzialità dell'Italia minore [minoritaria
perché periferica] che spesso viene 'borghizzata' dai promoters locali
per renderla come più appetibile, più verace... Il libro è sostenibile come il
turismo che si prefigge di designare anche senza doverlo promuovere ad ogni
costo [non è ufficio stampa informale di una pro loco; la curiosità del lettore
passerà poi dalla pagina alla strada].
L'itinerario racchiuso nella scripta, se
anche non spirituale stricto sensu, rimane dello spirito ma va letto in
controluce: la spiritualità brilla non dissimile dall’interiorità che ciascuno
può raggiungere immerso nella natura e nel paesaggio, quando ci si copre più
sensibili alle suggestioni ergo al contatto con il sé più profondamente
taciuto. Ci riporta a ciò che vediamo coscientemente senza avere il coraggio,
nel quotidiano, di affrontare e mettere a sistema. Fratel Biagio che apre il
florilegio dei viandanti dello spirito affascina come uomo straordinario ma
quando incontriamo per strada, lungo i tragitti più consueti, una persona senza
dimora non sempre siamo pronti a scoprirne il mondo potenziale. Traluce da ogni
pagina un desiderio lacaniano; rimane di perdersi nella nostalgia del cammino,
ritrovarsi dans la rue sperando di incontrare le stesse persone, le
stesse parole. Se così non accadesse, il lettore non si sconforti: potrà sempre
tornare alle pagine del libro per attuare un perfetto circuito semantico. Il
libro esile, inatteso, avrà allora assolto egregiamente un compito che non
sapevamo immaginare ma che può fornire un paradigma alle aspirazioni di chi
vorrebbe muoversi ma è incastrato nella routine, di chi rimpiange di non
aver ancora fatto e visto ma che scoprirà, oltre la parola, lo sguardo e il
gesto. Si parte monolitici nella propria immagine identitaria, poi ci si
trasforma in cammino: esperienza potenziale vuoi per la fatica nello sforzo dei
piedi, vuoi per il lavorio dell’animo che si interroga mentre circuita.
Pochi anni orsono un filologo dantista ci
accompagnava in un cammino di verifica esperienziale nei luoghi italiani di
Dante, infinite pieghe dello Stivale che il poetico padre comune ha evocato
nella sua Comedia. Se anche non raggiungeremo vette sublimi, incontreremo
comunque uno spirito immutato: partire da un'idea, costruirla con le parole,
farla crescere con il viaggio. Constatiamo così una saggezza antica che non
avrebbe bisogno di verifiche ma che sorprende nella sua conferma: solvitur
ambulando. Se anche ogni problema non avrà la sua immediata risoluzione
dopo quattro passi, con il cammino si acquisterà sempre una visione più lucida
della realtà anche solo con l'atto stesso, tanto universale e antico, di
camminare: così universale da assurgere a lingua franca e renderci affratellati
nel comune senso di un'umanità che oggi sembra quasi smarrita. Accompagna la
lettura un garbato, implicito invito a metterci in cammino per scoprirci
viandanti esistenziali; sempre meglio insieme, per fortuna o per Grazia talvolta
accompagnate/i da gradite/i compagne/i di via.
A.D.G.














